Legàmi – Voci da Scampia – parte 2

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Seconda parte del racconto del nostro viaggio a Scampia. Leggi le parole di Martina B.

In viaggio verso il mare

L’emozione era forte e si sentiva nonostante il sonno. Vagava nell’aria come nebbia leggera, riempiva le stanze man mano che uno arrivava e si riversava su tutti, anche i più rintronati, quelli con la palpebra calante, quelli che probabilmente si sarebbero appisolati durante il viaggio oppure sarebbero stati proprio loro i più svegli al momento che quell’energia gli sarebbe arrivata addosso, giusto in tempo per non annoiarsi. Era domenica, una fredda e umida domenica di fine Novembre che sarebbe, da lì a poco, sarebbe diventata magica.

Il pulmino era pieno zeppo di valigie, anche se si erano raccomandati di non caricarsi troppo per soli due giorni fuori, ognuno ha portato ciò che sapeva giusto per se e non era possibile tornare indietro. Ci siamo pigiati, schiacciati, ci sono rotolate addosso le cose alla prima frenata, ma in un pulmino da nove posti in cui si viaggiava in otto, lo spazio vuoto era per le patatine e l’aranciata. Era importante quella scatola, c’era qualcosa da sgranocchiare, e dopo è servita anche per appoggiarci dentro i giubbotti quando ci siamo spogliati per il troppo caldo. Il posto vuoto se l’era meritato. La strada era vuota, non è più tempo di viaggiatori della domenica, non si trova più il traffico ad intasare le corsie e lo smog che ti riempie i polmoni. È quasi inverno, a tenere tutto chiuso era caldo ma ad aprire i finestrini in autostrada si rischiava il congelamento oltre ad avere l’impressione di essere su un elicottero in volo. Era lunga, talmente lunga che sembrava non finire mai. C’era da inventarsi qualcosa per passare il tempo, che fosse un gioco stupido o interessante bisognava trovare qualcosa da fare perché di contare le pecore sulle colline ci eravamo proprio stancati. La sosta in autogrill è indispensabile in un viaggio di cinque ore, anche solo per sgranchire le gambe ormai inchiodate nella stessa posizione e alla ripartenza il percorso era ancora lungo, si sapeva, ma la “raggiunta destinazione” stile bandierina del navigatore la sentivamo sempre più nostra.

l'arrivo a casa

Inutile dire la corsa al posto una volta arrivati a casa: ognuno si è preso un pezzetto per se e si è tenuto il suo pensiero. È l’ora dell’aperitivo, l’ora della doccia, l’ora delle chiacchiere, l’ora di affacciarsi e guardare il mondo fuori da queste mura. È sempre l’ora di qualcosa quando si è tutti insieme. Si osserva con gli occhi degli altri e si immagina un modo per descrivere a chi non c’è tutto quello che si vede.

La serata non è chiara, ma non sta neanche piovendo anche se qualche goccia contro luce, così piccola che sono un pignolo la poteva notare, ci fa capire che il cielo ne ha voglia. Siamo tutti con gli occhi in su dopo che una puntina ha bagnato il viso per caso, ma si continua a camminare e lo sguardo diventa presto basso.

Non ci si fa a guardarsi intorno, sui cigli delle strade sacchi e sacchi di rifiuti, coperte abbandonate da qualche barbone che la notte prima ne aveva fatto il suo tetto, pozzanghere profonde che riflettono la luce di un lampione a intermittenza. Passo svelto e dritti alla meta quando si è stranieri, ognuno al proprio posto e guai a rispondere alle provocazioni, ti senti addosso gli sguardi e mentre l’ansia sale e tu passi davanti ai pub, alle sale giochi, attraversi la piazza ti ripeti “vai per la tua strada, non succederà niente”.

Alziamo gli occhi e finalmente ecco il mare.

Tra il fracasso del clacson e dei ragazzini che alzano la voce per farsi giustizia, si riesce ancora a sentire le onde. Si è ritirato, ha lasciato dietro sé un alone più scuro e compatto. In quel punto la sabbia è bagnata e forse domani non se ne riconoscerà più il confine.

L’acqua si alza, si sfoga, vuole fare più rumore e ti sembra che quasi si lamenti di qualcuno che ha osato inquinare tutta quella bellezza. Nei punti bui non si sa che succede, si scorgono le ombre e le carte sparse, bottiglie vuote e granelli di sabbia trasportati dal vento caldo, così, come a voler scappare. L’orizzonte è lontano, il mare sembra infinito e la luce artificiale del piazzale non permette neanche di far bene le foto. Ma non ci importa niente lì, solo di chiudere gli occhi e respirare. Chiudere gli occhi e respirare.

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“E com’è?”

Com’è non si può sapere, non si può raccontare, non si può immortalare in nessun disegno o fotografia ne tanto meno le parole gli rendono giustizia. Non si descrive, si vive.

Forse si può fare un tentativo, usiamo i colori: è nero come il cielo in questa giornata, grigio come tutti questi palazzi, bianco come la tua faccia quando ti trovi davanti a un tale immenso.

Entrare a Scampia è come girare la pagina di un libro che non hai mai letto ma di cui ti hanno parlato, puoi restare stupito oppure deluso, l’importante è andare avanti con la storia.

Si, perché vorresti scappare, fuggire, tornare il più velocemente possibile da dove sei venuto e ti chiedi continuamente “perché?” “che ci sono venuto a fare?”, tutta quella pressione non sai se la reggi e ti circola in testa la solita stupida frase “speriamo che nessuno mi spari”. Ma ormai ci sei, sei lì immobile a guardare con gli occhi sgranati un mondo che non ti sembra neanche il tuo. Cerchi di sembrare tranquillo e sorridi a tutti quelli che passano, ma anche se ti sforzi di pensare ad altro, quel quadro ti rimane negli occhi.

Piano piano il respiro si fa meno veloce e anche il cuore rallenta quando noti che in strada c’è vita, ma non ci farai mai l’abitudine. Non ci si abitua alle urla delle sentinelle, alle perdite d’acqua, ai soffitti bucati, alle macchie d’umido…alle scale arrugginite, alle storie raccontate da chi tutto questo ogni giorno lo vive e lo vuole a suo modo cambiare, agli appartamenti senza porte, agli ascensori murati…ai bambini per le strade, a una fetta di paese abbandonato a se stesso, alla forma delle vele. Sono lì, le vedi, sai cosa succede dentro. E lo sa anche quella pattuglia ferma in quello spiazzo, ma è troppo più facile tapparsi gli occhi e far finta che niente accada piuttosto che rischiare di rompere le uova nel paniere a qualcuno di importante. C’è un certo istinto di conservazione in tutto questo, c’è una famiglia a casa che mi aspetta e chi me lo fa fare di mettermi nei guai?

Poi c’è lui, che poteva andarsene ma ha deciso di restare, anzi, ha deciso di tornare. E non so per quale delle due cose ci voglia più coraggio. Aveva una bella vita, un lavoro, ma forse non si sentiva a posto con se stesso. Si fa presto ad abituarsi al bello, ma solo quando è già pronto. Lui ha deciso che il bello ci si crea, che la bellezza non si costruisce da sola, va sognata e conquistata.

Ha reso bello il cemento, il grigio dei palazzi è solo la maschera per tutti quei dipinti, ha fatto sue quelle stanze e le ha rese un capolavoro, ci ha insegnato che i colori erano molti di più di quelli che si pensava, ci ha fatto conoscere le sfumature.

Se ognuno di noi scavasse più a fondo scoprirebbe che non importa andare a cercare lontano. Scoprirebbe che in ogni città, anche nella sua, sorge una vela…ma magari è più piccola, meno evidente, forse meno importante, ma non significa che non esiste.

In ogni piccola o grande Scampia del mondo ci vorrebbe un Davide e per ogni Davide ci vorrebbe un centro tirato su dalle ceneri, dai pianti, dai mattoni che nessuno ha mai avuto il coraggio di sovrapporre.

bambini

Per ogni centro ci vorrebbero quei bambini che si trovano là dentro col sole o con la pioggia, che ritrovano se stessi e la speranza, i sorrisi, i giochi, la fantomatica normalità e soprattutto l’uguaglianza, tutto senza pregiudizi. Non esiste il ricco o il povero, non esiste niente di quel marcio, niente che non sia l’amore.

Lì, dove si pianta un seme, può venir fuori un nuovo albero. Magari un po’ storto, stanco, con le foglie gialle, ma è sempre un albero che darà dei frutti solo e soltanto se verrà accudito. Quei frutti daranno altri semi, che cambieranno il mondo.

Per ogni piccolo, fragile, dolce seme, “che vinca la vita”. Sempre.

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