#NotInMyName

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Copertina-del-Charlie-Hebdo

É stato, questa mattina, un raggio di luce ad entrare nelle case dei parigini ancora scossi dagli attentati della scorsa settimana.

Si è risvegliato così il popolo di Parigi, con la rinascita e la ripresa di Charlie Hebdo che, momentaneamente ospitato nei locali del quotidiano “Liberation”, ha pubblicato per la prima volta dopo il caos la propria opera tradotta in 16 lingue diverse.

La copertina di oggi riporta la solita vignetta di Maometto, il profeta dell’Islam, che però, tenendo in mano un cartello con scritto “Je suis Charlie”, piange. Il titolo recita “E’ tutto perdonato”.

Una copertina davvero significativa, forse ancora più irriverente del solito. Quel cartello di solidarietà, che in questi giorni ha fatto davvero il giro del mondo, fra le mani di Maometto è come se dicesse “Not in my name”. Il profeta piange perchè non condivide, e perdona perchè la religione funziona così. La religione non uccide.

Il problema fondamentale del terrorismo è il suo potere di creare paura generalizzata, una paura di massa e confusa, che spesso sfocia nel mare del pregiudizio. Quando si ha paura non si pensa bene, si sta a testa bassa, si è dominati. Quando si ha paura non si distingue. E invece in questi casi bisogna proprio essere capaci di distinguere, di capire che una parte non è il tutto.

Si chiama “Not in my name” la campagna dei musulmani di tutto il mondo che non si sentono rappresentati da un certo tipo di Islam, e che da diversi mesi dilaga sul web cercando di tenere il passo con la comunicazione del terrore dell’Isis. Non nel mio nome si uccidono persone, non nel nome della mia religione. Sono tantissimi i ragazzi che ci hanno messo la faccia e hanno deciso di dire la propria per difendere il loro credo, per dire no a chi lo banalizza mischiandolo con la violenza.

 

 

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