Una “scossa” che parte da dentro…

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Era notte. La notte tra il 19 ed il 20 maggio 2012. Erano le 4.03. Il terremoto ha devastato molte zone della provincia di Modena e ha fatto perdere la vita a persone. C’è chi il terremoto lo ha sentito e chi no, ma questo non toglie che non lo senta dentro, perché molte persone sentono forte la volontà di aiutare gli altri. C’è chi lo fa per lavoro e chi lo fa per volontariato e in tutti e due i casi sono persone che il “terremoto” lo sentono interiormente, è quella “scossa” che non si può descrivere a parole, si sente e basta…

Vagando un po’ su internet ho trovato la storia di una ragazza di 26 anni che fa l’educatrice di lavoro, da 8 anni fa la volontaria “clown” per la Croce Rossa Italiana. Lei è una di quelle persone che non ha sentito il terremoto subito, lei, Marilou, il terremoto lo ha sentito dentro, ha sentito la sua “scossa” ed è andata a fare la volontaria a Finale Emilia pochi giorni dopo l’accaduto. Una storia che vogliamo riproporvi, una storia che ci riguarda da vicino, ci riguarda come educatori, come volontari, qualcuno anche come “clown”, una storia che potrebbe far sentire qualcosa anche a noi, o forse a qualcuno l’ha già sentita… E allora buona lettura!

(Dal blog del Corriere della Sera)

Marilou ha 26 anni e da otto è volontaria della Croce Rossa. La sera del terremoto in Emilia, quella della prima scossa (il 20 maggio), era in riva al mare, a Rimini, dove abita, per una festa di compleanno. “Della scossa non mi sono nemmeno accorta. Quando poi dei miei amici hanno iniziato a dire che c’era stato il terremoto credevo fossero semplicemente loro un po’ brilli”. La mattina, quando l’ha svegliata la telefonata della Croce Rossa che la convocava per l’emergenza, ha capito che avevano ragione loro.

“Sono arrivata a Finale Emilia il 23 maggio e da allora non sono più andata via”.

Lei, che nella vita lavora come educatrice, da volontaria è una clown. Per andare a dare una mano, a sbrigare tante mansioni pratiche e operative e, più di tutto, prestare ascolto a persone che da un giorno all’altro si sono ritrovate a vivere senza niente in una tendopoli, Marilou sta usando le sue ferie. Un particolare, senza dubbio, se si considera la devastazione entro cui sono sprofondate quelle terre. Ma un particolare che parla, ci dice qualcosa in più su queste persone che non esitano a dedicare la loro vita agli altri.

“Ci sono alcuni pregiudizi verso la figura del clown. Ma il nostro compito non è fare gag. L’obiettivo è soprattutto ascoltare, cercare di entrare delicatamente nella vita di queste persone che vivono un momento di difficoltà e far sentire loro che non sono sole. Succede spesso che in questo modo si sbloccano, raccontano, si sfogano e iniziano a reagire”.

Il suo racconto viene interrotto da una telefonata: è una signora che ha chiamato il centralino della Croce Rossa di Finale per mettere a disposizione la sua casa, a pochi chilometri da Bologna. “Vede, situazioni così scaldano il cuore – riprende -. Anche in un momento tanto brutto ci sono degli aspetti che ti possono sorprendere. Molte delle persone che hanno perso tutto nel terremoto sono qui a lavorare, a dare una mano. Sono gli stessi volontari. Mi sembra incredibile. Di colpo diventano importanti valori più concreti e belli, come la solidarietà, la vicinanza, l’amicizia”.

E proprio l’essere tutti uniti, secondo la nostra volontaria, ha fatto sì che la vita nelle tendopoli risultasse da subito ben organizzata, efficiente.

“Sono arrivata tre giorni dopo la prima scossa e ho trovato una situazione eccellente. Ho creato dei rapporti molto profondi con queste persone, non so come farò quando andrò via. Il punto è che anche per loro, che in un momento come questo non riescono a fare altro che pensare al dramma che gli è accaduto, diventa importante avere un riferimento, qualcuno che ti ascolti e cerchi di darti un po’ di speranza”. Paradossalmente, con i bambini è più semplice: “I piccoli hanno una capacità di reagire alle cose, di elaborazione straordinaria. Ma i più grandi che sono vicino a loro, hanno forse ancora più bisogno di noi. Devono scaricarsi. E riuscire anche solo a strappare un sorriso a una persona che ha perso tutto per noi diventa una soddisfazione enorme”. Come si diceva, nella tragedia è più facile capire cosa è davvero importante:

“Parlo con gente qui a Finale che mi dice: prima non salutavo nemmeno il mio vicino di casa. Ora invece ci si aiuta tutti gli uni con gli altri. Siamo davvero una comunità”.

Stranieri compresi: “Sono tantissimi gli stranieri che danno una mano. E’ una cosa bella, parla di integrazione. Ieri, per dire, abbiamo fatto tutti una cena marocchina a base di cous-cous”. E proprio riuscire a individuare gli elementi positivi in un momento come questo è l’unica strada possibile: “E’ il solo modo per avere la forza di andare avanti. Concentrarsi sugli elementi positivi, come questa ritrovata solidarietà, che è davvero una grande risorsa”. Scoperte importanti, che vanno anche oltre la paura: “Parliamoci chiaro: anche io ho paura. Tutte le scosse che ci sono state hanno spaventato anche me, le ho vissute con loro. Eppure mi preoccupa già quando dovrò tornare alla mia vita di tutti i giorni. Perché stare con queste persone mi ha arricchita moltissimo: sono loro che hanno insegnato qualcosa a me”.

Articolo originale: “Ho 26 anni e sono una volontaria: il terremoto mi ha insegnato cosa conta davvero

Come diventare volontari: VolontariaMO e Terremoto

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